Saturday, December 17, 2005

Per Maria

C'era una volta una bambina di nome Maria.
Una bimba grassottella, bruttina, scura come una scheggia di ossidiana, insicura, capricciosa, intelligentissima, nata un freddo giorno di dicembre del 1923.
Sua sorella maggiore Jackie è alta e bella, non brillante, nessun talento, ma è l'orgoglio e la speranza della mamma. L'opposto di Maria.
Papà invece fa il farmacista, un uomo tranquillo, poche idee ma chiare. Non ha mai capito il rifiuto che sua moglie prova per Maria, colpevole non di essere nata per sostituire un fratellino morto di tisi a 3 anni, ma di essere nata femmina.
Non sanno nemmeno quando è nata di preciso, la piccola Maria..la madre non l'ha voluta guardare per tre giorni dopo il parto, il padre si è scordato di registrarla all'anagrafe. Il certificato dice 6 dicembre, ma probabilmente era il 3, o il 4.
Maria è un esserino insignificante che gira per la 5th Avenue, a New York City, una figli di immagrati come tanti altre.
Ma lei non era come le altre. Lei era speciale.
Nessuno poteva fermarla.

Non un incidente a 5 anni che la manda in coma per 20 giorni, una macchina impazzita se la porta via e poi più nulla, fino al risveglio, ed è ancora viva, nonostante tutto.
Non la mamma che la usa come fenomeno da baraccone per raccattare qualche soldo ma le fa fare la fame.
Non la guerra, in Europa, a cui va incontro e dalla quale riceve solo altra miseria.
Non il matrimonio, cristallizato e immobile, con un uomo più grande.
Non la passione bruciante e assoluta per un altro uomo, potente, sposato, ammaliante, che lo ingannerà come la inganneranno tutti.
Non gli stenti, le diete massacranti, un bambino che non sopravviverà e di cui nessuno vorrà più parlare.
Non la disperazione, i tranquillanti e gli antidepressivi. Non la miopia che la rendeva quasi cieca.
Non gli errori, i capricci, i malori, le crisi isteriche, il perfezionismo esasperato.
Non il sacrificio di una vita intera dedicata al lavoro, non il successo cercato, voluto, preteso, con i denti e con gli artigli.

Per questo ha lottato, per questo ha rinunciato a tutta se stessa per avere in cambio il mondo, per questo ha tanto sofferto: per il canto.
La sua voce e il suo carattere, fragile ma inamovibile, hanno lasciato il nome di quella bambina grassoccia inchiodato, per sempre, alla Storia.
Si chiamava Maria Anna Sophie Cecilia Kalogeropoulos.
Ma per il mondo era Maria Callas, la Divina.



La Callas era la sua voce, era quello che cantava. Era quell'IO gridato a gran voce, che era il suo motto e al quale aveva votato tutta l'esistenza. Ma che l'avrebbe schiacciata, schiava per sempre.
Aveva stordito il pianeta, con quella voce, stordendo però anche se stessa.
Dopo di lei Carmen, Lucia, Mimì, Cio-cio-san, Aida e Tosca non sono state più le stesse.
Anche per un semplice e imprevedibile fatto: non era solo una soprano, era anche una straordinaria attrice.

La sua voce era impostata e artefatta, niente a che vedere con il cristallo della Tebaldi, collega ed eterna rivale (ma per Maria lei e la Tebaldi erano come "lo champagne e la Coca-Cola". Indovinate chi era lo champagne..), o come la Freni, o la Simionato.
Ma quando era Medea era il furore di tutte le donne tradite. Quando era Tosca e si gettava dai bastioni di Castel Sant'Angelo era il dolore di tutte le donne disperate e innamorate. Quando Maria cantava la Violetta morente nel III ato de La Traviata, "or tutto, tutto finì..", sembrava morire un pò anche lei.
Troppa vita dentro, come dice Baricco, e le moriva in gola.

Alla fine ci ha lasciati davvero, il 16 settembre 1977, 54 anni non compiuti, in modo misterioso ed inespugnabile, nella morte come lo era stata in vita. Attacco cardiaco, dice il referto. Dolore, dicevano gli amici.
La Simionato, tra le lacrime, racconta che poco prima della scomparsa, Maria, tenendole le mani, le disse: "Ricordati: Maria ha cominciato a morire il giorno in cui ha lasciato la musica."
Chissà.



Di lei ci restano una specie di biglietto d'addio con le parole del suicidio de "La Gioconda", tante foto in bianco e nero cariche di eyeliner e vestiti Dior, una Medea pasoliniana folgorante, un paio di regie di Zeffirelli, gioielli da mettere in teche, una lapide commemorativa al Pére Lachaise di Parigi perchè le sue ceneri sono sparse nell'Egeo, qualche filmato triste solitario y final di lei invecchiata, spiritosa, intensa e stanca, dove canta un pezzo, applausi da ogni dove, volta lo sguardo verso le quinte con la faccia tesa di un chirurgo all'uscita dalla sala operatoria dopo un intervento di 6 ore finito male, scuote impercettibilmente la testa, occhi che rimproverano non si sa chi, ma in realtà sta scudisciando se stessa, il tutto dura due secondi, si gira verso l'audience e sorride maestosa, applausi, va tutto bene, lei è sempre la Callas.

Ci rimangono le incisioni, di quella voce.
E qualche leggenda, un presupposto verme solitario qui, una frase memorabile lì, qualche isterismo..
Ai grandi non è concesso di morire e basta.
Benjamin diceva che la gente si appassiona alle disgrazie dei re perchè quando cadono, cadono dall'alto, e fanno più rumore.
Il suo fu un boato di un'imperatrice.

'Cara, sublime, sublime vittima
d'un disperato amore'
(La Traviata)

Non capisco la 'corsa alla Callas' avvenuta lo scorso mese. Non era l'anniversario della morte, non era niente e basta.
La pubblicità della Rai alla velina partenopea di Celentano ha scatenato miniserie, scenggiati, film, articoli su quotidiani e riviste, dovumentari vecchi di anni.
Io ho voluto aspettare dicembre, il mese in cui è nata, per ricordare la mia Callas. Per dirle che ho smesso di avercela con lei per essere morta 3 anni prima della mia nascita, senza aspettarmi.
Voglio ricordarla ora per motivi miei, piuttosto che farlo sulla scia di una napoletana poco somigliante che canta con la voce di una che con la Callas non c'entra una mazza.

Andio sas, Maria, khairete.

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